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Una diagnosi mancata, poi arrivata troppo tardi, ha cambiato per sempre la vita di un bambino di appena tre anni. A oltre vent’anni dai fatti, la Asl è stata condannata a risarcire la famiglia con una somma complessiva superiore ai due milioni di euro per le gravissime conseguenze subite dal piccolo paziente, oggi 23enne, affetto da una invalidità permanente.

La vicenda risale al 2005. Dopo un soggiorno di alcuni mesi in Marocco, il bambino rientrò ad Avezzano con sintomi importanti: febbre alta, fino a 39 gradi, tosse persistente, vomito, forte mal di testa e uno stato di sonnolenza sempre più marcato. Nonostante il quadro clinico allarmante, nei primi accessi alle strutture sanitarie non venne individuata la reale gravità della situazione.

Il minore fu visitato in due diverse occasioni al pronto soccorso e sottoposto a ulteriori consulenze, una all’ospedale di Pescina e un’altra presso la clinica “Di Lorenzo”. Solo in un secondo momento, quando le condizioni erano ormai precipitate, venne disposto il trasferimento d’urgenza all’ospedale Bambino Gesù di Roma. Il bambino arrivò nella capitale in stato comatoso. Gli accertamenti successivi portarono finalmente alla diagnosi di meningo-encefalite tubercolare, una patologia che avrebbe richiesto un intervento terapeutico immediato già alla comparsa dei primi sintomi.

Dopo un lungo ricovero nel reparto di Malattie infettive, il piccolo fu dimesso con una diagnosi devastante: tetraplegia. Una paralisi estesa agli arti e al tronco che ha determinato una invalidità permanente del 90%, come accertato dalle perizie medico-legali.

Da quel momento è iniziata una lunga e complessa battaglia giudiziaria. La famiglia ha chiesto il riconoscimento delle responsabilità per la diagnosi tardiva e le conseguenze irreversibili subite dal figlio. In primo grado, il tribunale di Avezzano aveva riconosciuto il danno, condannando la Asl al pagamento di 1 milione e 100mila euro al paziente, 120mila euro a ciascun genitore e 20mila euro a ognuno dei tre fratelli.

Nel 2016, però, la Corte d’Appello dell’Aquila aveva ribaltato completamente la decisione, dichiarando inammissibile la richiesta di risarcimento. A quel punto la famiglia, assistita dall’avvocato Terra, ha presentato ricorso in Cassazione. Nel 2018 la Suprema Corte ha annullato la sentenza di secondo grado, rinviando il procedimento alla Corte d’Appello in diversa composizione.

La nuova decisione è arrivata ieri. I giudici hanno confermato integralmente quanto stabilito in primo grado, sulla base della perizia del medico legale Piero Bartoloni, che ha ribadito il nesso tra il ritardo diagnostico e le gravissime conseguenze subite dal bambino. Alle somme inizialmente riconosciute si aggiungono interessi e rivalutazione monetaria maturati nel corso degli anni, portando il risarcimento complessivo a superare i due milioni di euro.

Nel collegio giudicante la presidente Nicoletta Orlandi e i giudici Carla Ciofani e Giancarlo Penzavalli. Una sentenza che chiude una vicenda giudiziaria durata quasi due decenni e che segna un punto fermo sul tema delle responsabilità sanitarie.

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